Spettri di Heidegger

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Uno spettro si aggira per l’Europa… non si tratta però del comunismo ma del nazionalismo delle destre emergenti e siccome nella riflessione filosofica mancava un’analisi delle tracce lasciate da Heidegger 1, mi è sembrato doveroso fare un tentativo.

In questo spazio provo quindi a svelare cosa penso si nasconda dietro nazionalismi e razzismi. Per farlo, prendo spunto da due tesi discusse da Heidegger riguardanti l’enfasi dell’autentico contro l’inautentico e dell’unico contro la copia.

Discutendo questi due argomenti, cerco di dimostrare due cose
La prima è che essi risuonano con alcune delle più basilari intuizioni che abbiamo rispetto alla natura dell’essere umano; la seconda è che nonstante tali presupposti, essi hanno effetti indesiderati in campo etico e politico.

Il trucco sta nel fatto che tali effetti sono del tutto coerenti con i loro presupposti ossia, come detto, con le intuizioni di base sulla natura umana che la tradizione europea e cristiana ci ha lasciato in eredità.

Non sarò in grado di offrire un’alternativa praticabile a tali intuizioni ma proporrò comunque un loro abbandono. Mantenerle infatti non presenta un atteggiamento etico sostenibile, cosa che è dimostrata in maniera esemplare dai recenti avvenimenti politici internazionali e locali.

In conclusione riprenderò un ragionamento svolto qui in precedenza utilizzando, dislocandola, la prima tesi di Heidegger contro sé stessa e contro il nazionalismo e il razzismo.

Se riuscirò in tale intento, avrò inoltre dato prova non solo degli effetti di questi argomenti ma sopratutto che tali intuizioni sull’essere umano autentico e insostituible, spesso usate contro i nazionalismi e i razzismi, sono in realtà la base su cui questi si appoggiano per la loro sopravvivenza odierna (se non consapevolmente, almeno teoricamente).

Termini di un abbaglio

Le proprietà di linguaggio, la terminologia, le tesi di grande complessità e articolazione, fanno sicuramente di Heidegger un autore suggestivo. Inoltre, la scelta dei suoi bersagli, che comunemente associamo a minacce per gli esseri umani, lo hanno reso un autore spesso utilizzato dalla sinistra.

Leggere espressioni quali autenticità, esistenza autentica, possibilità di essere il proprio essere, l’enfasi sulla volontà e la decisioni che derivano da tale autenticità mette tutti noi in sintonia con Heidegger. Chi vorrebbe mai prender parte per l’inautentico e l’improprio? Per esperienze surrogate? Chi vorrebbe mai considerarsi non capace di volontà e decisione?

La terminologia e il frasario di un filosofo non sempre lasciano intravedere il fondo su cui queste si fondano – o forse che il fondo non esiste mai veramente ed è successivamente costituito come giustificazione. Comunque sia il caso di Heidegger mi sembra particolare in quanto ciò che non si intravede non è nascosto in senso proprio; la sua terminologia è così splendida e gloriosa che abbaglia il lettore, non permettendo sempre di vedere quali argomenti siano celati dietro tali termini.

Voglio provare a discuterne due.

Proprio e insostituibile

Uno dei modi in cui l’autenticità si mostra in Heidegger è la tesi per cui nessuno può fare esperienza di ciò che è propriamente mio. La prova di ciò è fornita, per esemplificazione, tramite il lutto per un caro:

La morte si rivela certamente una perdita… nei patimenti per la perdita del defunto non si accede alla perdita dell’essere quale è ‘patita’ da chi muore. Noi non sperimentiamo mai veramente il morire degli altri…

Come dargli torto?

L’esistenza è una mia prerogativa. Quando vediamo qualcuno morire è in fondo per noi impossibile patire, esperire autenticamente la morte. Quallo che proviamo è, nel migliore dei casi, un mero sostituto.

Inoltre, sempre secondo Heidegger, esperire la morte altrui porta alla fuga dal “sentimento della propria storicità e caducità”; vedere morire sortisce piuttosto l’effetto di allontanarci dalla morte perché, banalmente, sapere che gli altri se ne vanno ci rassicura “visto che prima o poi si morirà ma, per l’intanto, siamo vivi” 2.

Vedremo come questo ultimo svolgimento, quasi da psicanalisi, si presta bene a spiegare il carattere delle argomentazioni utilizzate dai portavoce dei nazionalismi e razzismi.

Per il momento ci limitiamo a proseguire con il secondo assunto di Heidegger che, sebbene sia offerto come un derivato del primo, in realtà, in una sorta di circolarità, sembra più costituirne le basi.

… un presupposto che implica il completo disconoscimento del modo di essere dell’esserci. Tale presupposto consiste nel credere che un esserci possa essere indifferentemente sostituito da un altro … nessuno può assumersi il morire di un altro (keiner kann dem Anderen sein Sterben abnehmen).

La frase può sembrare complessa ma non esprime altro che una della intuizioni più diffuse e basilari sull’essere umano: ogni persona è unica e insostituibile.

A mali estremi

È una considerazione generalmente condivisa quella per cui gli estremi siano pericolosi ed è sempre meglio tenere delle posizioni moderate.

Io non sono d’accordo e sostengo piuttosto che bisogna scegliere quale degli estremi si vuole appoggiare. Inoltre, portare le tesi alle estreme conseguenze è sempre una buona pratica per trovarne i punti più fragili e rivelare come spesso posizioni etiche che non condividiamo si fondino su assunti invece condivisi.

Iniziamo perciò con i mali, cercando poi, se possibile, dei rimedi.

Sarebbe davvero difficile argomentare contro Heidegger che quando muore qualcuno, muoio anche io; che il semplice veder morire qualcuno mi porti comprendere veramente a autenticamente la morte. Il trucco sta qui nella parola autentico e nella critica anti-mimetica implicita (che possiamo far risalire sino a Platone): per comprendere qualcosa, per arrivare alla verità, bisogna farne esperienza personale, essendo impossibile invece arrivare a tale autenticità tramite l’imitazione la quale sarebbe, per definizione, una pratica dell’inautentico, solo della brutta copia.

Non svolgerò qui le argomentazioni relative al tema della mimesi (si può leggere il già citato testo di Ferraris a riguardo).

Il primo male, l’estremo del primo argomento: la morte altrui mi è indifferente perché non è una morte autentica (solo la mia può esserlo) e piuttosto, essendone spettatore posso pure tirare un sospiro di sollievo perché, proprio la possibilità di vedere altri morire, mi ricorda che sono in vita.

Risulta un po’ più difficile adesso essere d’accordo con Heidegger eppure questo ragionamento così paradossale e privo di qualunque empatia discende direttamente da un cieco sostegno dell’essere autentici, delle esperienze autentiche e via discorrendo. L’enfasi sull’essere proprio della mia esistenza, sull’autenticità delle esperienze e, in ultima istanza, della persona comporta l’esclusione di qualunque tipo di immedesimazione che è invece un gioco di specchi, una specie dell’imitazione quindi, secondo Heidegger, del non autentico.

Il secondo male, estremo del secondo argomento è ancora più facile da portare alla luce: la mia vita vale più della tua, perché se fosse il contrario io non sarei unico e insostituibile.

Questa logica è purtroppo rintracciabile facilmente, anche in slogan come “prima gli Italiani” ma ancora di più nelle pratiche etiche in cui “per proteggere me, uccido o lascio morire te”, che è poi l’equivalente in politica di “per proteggere noi, uccido o lascio morire loro”.

Rimedi estremi

Entrambi gli argomenti sono tra i cardini delle retoriche nazionaliste: il primo rivendica l’autenticità e perciò l’esclusività della razza, della cultura, della lingua e così via. Il secondo reclamare il loro essere insostituibile e in fin dei conti il loro essere superiore.

Il problema di fondo, spero di averlo evidenziato, è che tali argomenti sono spesso sostenuti da chi (certamente in maniera onesta) si contesta nazionalismi e razzismi. E sia detto di passaggio, risulta ironico che tra i tanti sostenitori ci siano seguaci del cristianesimo, tradizione religiosa che, al contrario, si fonda esattamente sulla sostituzione e sull’imitazione di Cristo, che era comunque un essere umano.

Parlare di rimedi forse è un po’ troppo, tuttavia voglio provare a suggerire qualche approccio alternativo che metta in risalto invece il valore centrale che la mimesi ha nell’averci reso ciò che siamo. L’insistenza che ho su un tema così ingenuo come l’imitazione ha due strategie: una negativa e una positiva. La prima aiuta ad escludere a priori qualunque elemento o argomento spirituale: siamo ciò che siamo per una serie – un accumulo nel tempo – di casi, errori e difetti, non c’è motivo per immaginare qualcosa di più; di positivo c’è invece la possibilità di mettere in risalto il ruolo dell’altro: che si parli della genesi della specie umana o della mia personale, c’è sempre qualcuno prima di me di cui si riproducono geni e comportamenti.

Non c’è nulla di insostituibile nell’essere umano. Siamo animali, come lo sono tanti altri. Non voglio negare che ci siano differenze individuali ma queste non rendono conto che di processi legati all’imitazione e alla ripetizione, che si tratti di natura o di cultura, di materia o di “spirito”.

Se siamo differenti l’uno dall’altro è più per un’innata incapacità ad imitare male – c’è sempre un difetto della riproduzione dei geni e dei comportamenti, delle lingue e delle usanze; se siamo diversi, come persone o come popoli, ciò è deovuto a tali errori di copiatura, altro che autenticità.

Da questo punto di vista risulta un atteggiamento etico davvero diverso: l’autenticità e la proprietà di sé ci allontanano dagli altri; l’imitazione ci porta invece a vedere il tu nell’io così come l’io nel tu.

Spettri

Probabilmente si tratta di ciò che Nietzsche sosteneva quando riconosceva nell’amore verso il più lontano, e non il prossimo, un atteggiamento rivoluzionario.

Nietzsche si è spinto tanto oltre fino a parlare di spettri, ossia le persone e i popoli lontani nel tempo, quelli che non sono più con noi. Popoli e culture che vivono nell tracce lasciateci in eredità, le quali sono costitutive di ciò che poi chiamiamo nazione, cultura o lingua e che – queste stesse tracce lo dimostrano – non hanno nulla di proprio o autentico.

Perciò sono convinto che l’unico modo per esorcizzare gli spettri di Heidegger, sia quello di accogliere questi altri spettri – quelli a cui bisogna fare spazio e dare casa!

Il modo per farlo è quello di ospitarli ancora oggi, offrire loro spazi e risorse. Questi popoli sono infatti anche loro risultato delle tracce degli spettri del passato (a volte purtroppo, anche dei mostri del presente) nello stesso modo in cui noi siamo il risultato delle tracce di culture che ci hanno tramandato tutto quello che sappiamo, reso ciò che siamo; tracce e spettri senza i quali non potremmo nominare alcuna nazione, lingua o cultura.


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  1. 1. non è vero, forse manca solo un’analisi ingenua
  2. 2. Ferraris, Mimesis, (1992): 17