La banalità del maiale

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Nella linea del pensiero dell’umanità rispetto alla natura, il punto, che resta di gran lunga più influente, è segnato dal Romanticismo: l’umanità è lontana  e si sta sempre più allontanando dalla natura. Aggiungendo qualche tratto della riflessione che si è sviluppata nella seconda metà del ‘900 (che ha probabilmente Rousseau come non tanto illuminato precursore) si individua poi una causa specifica: la tecnologia.

La tecnica è morta!

L’assunto di fondo è che la tecnologia, da semplice mezzo per raggiungere un fine, ha preso il controllo di quasi tutte le attività della specie umana trasformando di fatto tutta quanta la natura in un oggetto di cui appropriarsi, soggetto a calcoli e razionalità meccaniche. A seconda dell’oggetto a cui si accosta la questione, diverse sono le conseguenze. Si nota però una convergenza tutto sommato verso alcuni punti, la tecnica infatti:

  • ci priva di una esperienza più originaria con la natura e i nostri simili
  • razionalizza, matematizza la natura rendendola qualcosa di cui impossessarsi e disporre senza alcun limite
  • si contrappone all’etica resa sostanzialmente irrilevante a causa delle potenzialità della prima

La tecnologia è presentata quindi essenzialmente come origine del dominio e dello sfruttamento umano, ciò che abbatte ogni limite, dispiega la sua totale potenza, conducendo a una società priva di etica perché priva di limiti. In poche parole, la tecnica è violenza, tout court.

Queste sono sicuramente riflessioni colte che sembrano contare poco per la vita quotidiana. Eppure non è difficile intravedere come questo atteggiamento pervada anche le considerazioni più ingenue. Se poi riferite alle manifestazioni tecnologiche più moderne – dalla critica degli smartphone alla ricerca di un modo di vivere più naturale e in armonia con la natura e le altre specie – la critica alla tecnica e la sua contrapposizione con l’etica è così diffusa che, probabilmente per questa ragione, facciamo fatica ad accorgercene.

Ora, non è vero per niente che la tecnica è morta. Piuttosto sembra che essa abbia generato e generi morte e per dare prova dell’efficacia di tale critica voglio provare a fare un esempio emblematico del rapporto tra uomo e natura: i diritti degli animali.

Azzardi tecnici

Suggerisco di dare un’occhiata alla pagina su Wikipedia. Si noterà che il termine etica appare una ventina di volte, diritto circa un centinaio. Eppure, già dalle prime battute si intravede quale sia la conclusione: è più corretto parlare di “doveri dell’uomo nei confronti dell’animale”, piuttosto che di “diritti degli animali”, ossia la questione è etica, non giuridica.

Ora, la discussione è davvero ampia e non è mia intenzione ridurla alla pagina su Wikipedia.

Ciò che mi propongo di dimostrare – così anticipo il mio punto di vista ingenuo – è che, al contrario di ciò che afferma la tradizione critica della tecnica, molte delle questioni relative al rapporto tra uomo e natura non dovrebbero interrogare l’etica ma la tecnica.

Azzarderò di più. Partendo dall’esempio che stiamo prendendo in considerazione, affermo che l’etica è in generale dipendente dalla tecnica e ne è molto più spesso un esito che non un presupposto e, in quanto tale, può trarre beneficio dai progressi e dalle evoluzioni in campo tecnologico.

Vediamo in che senso.

Estinzione

Una delle preoccupazioni che riguarda la sofferenza delle altre specie causata dall’uomo e dove spesso la tecnica è legata alla violenza è la circostanza di cui l’esempio emblematico sono gli allevamenti e l’allevatore come paradigma della crudeltà.

Cercando di dar conto di questa circostanza, innanzitutto, propongo una variazione dell’argomento degli esseri umani marginali di Singer: se è vero che è degno di considerazione morale solo chi soffre, e che non ci sono proprietà esclusive che distinguono gli esseri umani dagli animali, estinguere la sofferenza animale chiuderebbe la questione. Abbiamo quindi due modi, potremmo far smettere di soffrire gli animali o far smettere gli animali di provare sofferenza. Quello che mi chiedo è: come fa un’etica basata sulla sofferenza a scegliere tra le due soluzioni?

In secondo luogo, non è così sicuro che gli allevatori siano le persone peggiori del mondo o che viceversa, chiunque provi compassione per gli animali sia una persona progredita moralmente, come a volte viene affermato dai sostenitori del valore etico del vegetarianismo, posizione che si rifà vagamente all’idea per cui possiamo giudicare il cuore di un uomo dal suo trattamento degli animali, attribuita a Kant, o a quella più famosa attribuita a Gandhi.

Gli esempi possono essere ingenui ma molto illuminanti e dimostrano inoltre che parlare di cuore o etica sebbene ritenuto necessario è comunque non sufficiente.

Per il primo caso, basta farsi una gita in campagna per andare a conoscere qualche allevatore. Nella maggior parte dei casi si tratta di una persona che non si è interrogata tanto sull’etica, che porta avanti un mestiere le cui tecniche sono state apprese in maniera più o meno tradizionale e che sopratutto (evidenzierò meglio questo punto) è al giorno d’oggi obbligato ad attrezzarsi per assicurare agli animali delle condizioni di vita qualitativamente maggiori rispetto al passato.

Per il secondo caso invece l’esempio è uno tra i più emblematici (e possiamo perdonare a Kant e Gandhi il non averlo considerato: non potevano saperlo): Adolf Hitler è stato notoriamente vegetariano, si presume dal 1930. Non credo ci sia bisogno di dire altro riguardo la sua caratura morale o la sua attitudine veso la sofferenza.

Distinzione

Tra i maggiori (in numero anche se non sempre i più lucidi) sostenitori di un’etica animale, ci sono i vegani. Questi però più che preoccuparsi di estinzione, operare semplicemente una distinzione. Verifichiamolo con un altro caso.

Da qualche anno è sempre più evidente che l’adozione di una alimentazione di tipo vegano da parte di una maggior quantità di persone in Occidente sita avendo un enorme impatto ecologico che presumibilmente non si arresterà tanto presto.

Definisco questa circostanza banalità del maiale.

Ossia, soffro perché un grosso animale a 10 Km da casa mia viene ucciso ma non ho alcuna percezione dell’impatto che le mie azioni provocano a popolazioni di esseri umani e (piccoli) animali a migliaia di Km di distanza, le cui condizioni di vita sono anch’esse legate alle mie scelte alimentari. È un atteggiamento della specie umana verso gli eventi già noto in filosofia: la nostra capacità di comprendere la sofferenza e il male è legata alla vicinanza e alla proporzione dell’evento generante.

Con quello che si promuove sempre più spesso come un atteggiamento etico, non si è fatto altro che passare dalla più grande e rilevante preoccupazione di estinguere a quella, un po’ più ingenuamente umana, di distinguere la sofferenzaUn vero e proprio salto dal campo etico: “Gli animali hanno diritti?“, a quello un po’ più pragmatico: “Quali animali hanno diritti?”.

Lunga vita alla tecnica!

Sarebbe presuntuoso affermare di avere una soluzione. Vorrei comunque utilizzare un ultimo esempio che dimostri quanto il problema etico sia difatti dipendente dalla questione tecnica e non, seguendo la visione critica, che ridurre l’uso e il condizionamento della tecnica permetterebbe alla specie umana di dispiegare le sue piene libertà e capacità, riportandola ad una condizione di armonia originaria con la natura.

Torniamo all’allevatore dietro casa, mi ero ripromesso di dare maggiore evidenza della rilevanza etica rispetto ad un punto: gli obblighi sulla qualità della vita animale.

È un fatto piuttosto noto che la produzione di alimenti di origine animale debba oggi rispettare condizioni che hanno garantito oggettivamente una qualità di vita migliore per gli animali. A questo fatto si è aggiunto l’inserimento di una nota nelle confezioni riguardante le condizioni di allevamento. Circostanza che, in maniera prevista o meno, si è rivelata utile ai fini del marketing e ha difatto invogliato molti consumatori a scegliere alimenti prodotti in condizioni migliori.

Il risultato è il verificarsi di due scelte, quella dell’allevatore e quella del consumatore, che non hanno una origine bensì un esito di natura etica.

Sembra troppo semplice? Passiamo alle obiezioni possibili che invece presuppongono un minimo di etica.

Una, riguardante la veridicità di tali informazioni: chi ci assicura che ciò che leggiamo in etichetta rispecchi poi la realtà?
La seconda: ammesso e non concesso che le condizioni di vita degli animali migliorino, sarebbe la questione della sofferenza animale tolta di mezzo così facilmente?

Con questi due esempi, l’etica sembra tornare alla ribalta e richiama tutti, allevatori, consumatori e il genere umano a scelte più coraggiose e rivoluzionarie.

Solo che queste non sembrano delle vere e proprie obiezioni. Semmai sono dei controesempi alle posizioni che privilegiano l’etica, dimostrando che la tecnica è una condizione necessaria, anche se non sempre sufficiente, per la genesi dell’etica, per esempio tramite dispozioni e controlli che regolamentano gli allevamenti o un livello di progresso tecnologico che consenta di produrre alimenti prescindendo dagli animali o a ridotto impatto ecologico.

Le dimensioni non contano

In conclusione, voglio chiarire ulteriormente un punto.

Non è difficile ipotizzare e non è del tutto inverosimile che ci sia stato un momento della storia in cui la specie umana viveva in uno stato di maggiore armonia con la natura. Tuttavia è un momento irrecuperabile e non è escluso che se le cose fossero andate diversamente, se la specie umana non avesse avuto un incontro con un gene della tecnica, io non starei qui a scrivere e il maiale potrebbe fare la rivoluzione.

Al punto in cui siamo però additare la tecnologia come causa dello scempio etico dell’umanità, come alcuni hanno fatto e continuano a fare, è forse tutto sommato un modo un po’ radical chic per affermare semplicemente una superiorità morale che difatto non risolve alcun problema. Avrebbe molto più senso ed effetto potenziare gli strumenti tecnologici.

Restando ad esempio sul rapporto uomo/natura, possiamo fare riferimento a due fatti banali ma importanti.

Primo, da circa 70 mila anni a questa parte, senza poter definire delle cause originarie specifiche ma con esiti più che evidenti, la specie Homo Sapiens ha avuto un impatto sul nostro pianeta che non è stato più possibile arrestare. Il fatto è questo: non esiste umanità a impatto zero e non esiste alcun rapporto di comunione originario dell’uomo con la natura (a cominciare almeno da quando ci siamo separati dai nostri cugini Pan).

Secondo, probabilmente molto più che al giorno d’oggi, l’umanità è stata in grado di contribuire ad estinzioni in massa di diverse centinaia di specie e tutto ciò quando  brandiva una semplice mazza. Ora, almeno in questo caso, le dimensioni non contano e si può essere causa di enorme sofferenza, anche senza avere missili. Il fatto è questo: non è detto né tanto meno dimostrato che la violenza aumenti necessariamente in proporzione all’aumento di capacità tecnologiche.

Tutt’altro. Se oggi abbiamo speranza di porre un freno l’estinzione di alcune specie è perché abbiamo la capacità tecnologica per farlo, in termini di comprensione, cura, creazione artificale di habitat e quant’altro. Restiamo consapevoli che sia triste vedere un panda in uno zoo ma che, tuttavia è in questa maniera che ha inizio la conservazione della sua vita e specie.

Dubito che i primi uomini fossero preoccupati di comprendere le abitudini alimentari e le necessità degli animali, comunque non avrebbero avuto la tecnologia per farlo. Oggi le abbiamo. E, nonostante non possiamo più salvare il tanto caro Dirpotodonte e dobbiamo accontentarci della banalità di animali come il maiale, spero di aver dato fornito abbastanza argomenti a sostegno della necessità, non solo nell’ambito dell’etica animale, di più tecnologia nella nostra vita.