Alla ricerca di meme

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Nel suo From Bacteria to Bach and Back, Daniel Dennet si occupa anche di evoluzione delle culture, proponendo il meme come mezzo per eccellenza di trasmissione di (quelle che potremmo definire come) unità di cultura.

Cosa è un meme e come si usa

Citando Dawkins, dal suo The Selfish Gene (traduzione libera):

“C’è bisogno di un nome per questo nuovo riproduttore, un nome che comunichi l’idea di una unità di trasmissione culturale, o una unità di imitazione”

Il meme è quindi un gene culturale capace di garantire la propria sopravvivenza durante il corso di una o più generazioni (nella proposta memetica i tempi sono brevi) grazie alla riproduzione per imitazione protratta dal suo ospite, il cervello dell’homo sapiens.
Diversi sono gli esempi di meme dati dal testo – e non è del tutto errato vedere nelle immagini che portano lo stesso nome, molto utilizzate e conosciute dai fruitori di social, un tipo del meme.

Una proposta dell’origine della cultura che parte da un approccio evoluzionista, approccio sostenuto da diversi autori, alcuni dei quali però poco propensi ad abbracciare il meme come unità di creazione e diffusione di token type culturali. Una di queste, che l’autore del testo tratta verso la fine del capitolo dedicato al punto di vista del meme, rifiuta quest’ultimo perché parassitario.

Contenuti di virale importanza

Nel tentativo di difendere questa proposta e accettando come valido il paragone tra meme e virus, Dennet afferma che “molti meme, forse la maggior parte, sono mutualisti”, ossia capaci di migliorare la fitness propria e quella del loro ospite 1.

A questo punto però si presenta un altro problema: considerando la tipologia dei meme più diffusi – meme spazzatura, per parafrasare l’autore – siamo sicuri di poter parlare di miglioramento per la specie umana?

In rispota, l’argomentazione di Dennet è semplice e calzante. Allo stesso tempo però manca della mossa che potrebbe portare allo scacco finale (a vantaggio del meme) e che io vorrei qui evidenziare. Il ragionamento suona così:

  • nel contesto della biologia evoluzionistica, la fitness è mera abilità procreativa e non ha nulla a che vedere con intelligenza o felicità;
  • in contrasto, la specie umana sembra essere l’unica ad aver messo in discussione la fitness come scopo primario della vita;
  • molti, tra i meme più diffusi e più preziosi, quali ad esempio avere un’educazione universitaria, sono attività che consideriamo generalmente utili ma che in una prospettiva biologica non sostengono di per sé la spinta riproduttiva comune a tutti gli esseri viventi.

Una rappresentazione tutto sommato verosimile del perché e del come non tutti i meme siano, per dirla in maniera semplice, funzionali all’intelligenza o alla felicità: la riproduzione di molti tra i meme più diffusi non è da associarsi a spinte meramente riproduttive in quanto noi umani abbiamo mitigato l’urgenza del mero riprodursi a vantaggio di altro.

Il meme egoista

Facciamoci caso però, a vantaggio di cosa? Quale sarebbe il tassello mancante per Dennet che io invece propongo di aggiungere a questo quadro (francamente di una lucidità e coerenza interna molto rare)?

La specie umana non si è sottratta in alcun modo alla spinta riproduttiva e alla sopravvivenza, le ha semplicemente rimosse o, potremmo dire, dislocate. La mia ipotesi è che l’impulso si sia semplicemente spostato dalle tracce biologiche a quelle culturali che sono, nella maggior parte dei casi, scritture, tracce che garantiscono mutatis mutandis la riproduzione e la vita degli esseri umani. Come il gene che, non volendo altro che la propria sopravvivenza, causa la sopravvivenza del suo portatore così il meme, nella sua ricerca per la propria sopravvivenza, promuove la nostra.

Non resta che seguire il resto della ricerca.


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  1. Molti tra gli esempi di meme sono riferiti al linguaggio ma è interessante notare in questo passaggio (pag. 217) l’accenno a miglioramenti protesici miglioratrici della fitness (fitness-enhancing prosthetic enhancements, riesce difficile da tradurre) tra i quali i sistemi per la memoria, la locomozione e la manipolazione. L’autore, come molti nel suo campo, tende un po’ a sottovalutare questi a favoare del linguaggio.